Le avventure di Capitan Porchetta – Capitolo II: Il paese di Caccadisotto

Un nuovo spassoso capitolo delle avventure di Carletto (o meglio, Capitan Porchetta). Questa volta andremo a conoscere il paese dove abita, piccolo ma strambo come lui, a partire dal nome, Caccadisotto. E scopriremo che giocare a rugby, da quelle parti, è una faccenda seria. Buona lettura (ai vostri nipoti, ma anche a voi)!

Carletto abitava nel paesino di Caccadisotto. Il paesino di  Caccadisotto non era molto conosciuto, se non  per via del nome o per il motivo per cui si chiamava così. Quattro case bianche, la chiesa piccola che non ci stava dentro neanche tutto il presepe e dovevano lasciare un angelo e il pastore con la pecora in spalla, fuori sul sagrato. Ma siccome il sagrato era piccolo a turno il pastore stava giù sull’erba e l’angelo sulle beole all’ingresso e viceversa.
Il parroco spesso ripeteva: “Non  è che si possono fare i miracoli, lo spazio è quello che è!”. Così era cominciata a serpeggiare l’idea che il vero problema dei miracoli fosse lo spazio. La deriva aveva portato dallo spazio al cosmo, poi dal cosmo agli extraterrestri, finché un Vescovo aveva minacciato di scomunica chiunque avesse parlato di miracoli e di esseri verdi con il naso a trombetta. Così era apparso il cartello all’ingresso del paese : “Caccadisotto comune disalienizzato”, insomma senza marziani. L’Accademia della Crusca, quella volta, aveva arricciato il naso.
Oltre la chiesa, la scuola. Tre classi appena, ma molto grandi. E lì si che si facevano i miracoli, lo spazio c’era. Si trasformavano zucche in cervelli, rape in bambini, con l’attenzione e il rispetto che queste verdure certamente meritavano. A Caccadisotto vegetali e animali avevano pari dignità. E anche i bambini a dire il vero, a qualsiasi genere appartenessero. Carletto viveva lì e per coerenza frequentava la scuola in  qualità di bambino. Carletto frequentava la quinta elementare che era come dire primaria ma  lì, a Caccadisotto, sembrava più che altro elementare.

Il paesino di Caccadisotto, urbanisticamente parlando, era nato da  un primo piccolo insediamento superiore. Una specie di Caccadisopra,  per intenderci, anche se il toponimo in realtà non esisteva. Era stata, si diceva, un’impellente necessità. Il primo nucleo sopra  aveva dato  necessariamente origine a un secondo, sotto.
Ai margini del nucleo originario c’era il bosco e ai margini del bosco c’era il campo. Da rugby. Campo. Beh, il termine era corretto anche se prato sembrava più adatto alla situazione. Ecco magari “prato in pendenza” descriveva  esattamente la giacitura del terreno di gioco. Era un terreno polivalente.   Accoglieva il mercato il martedì, diventava pascolo durante le altre mattine e parco giochi il sabato mattina. Se il mercato non lasciava traccia  del suo insediamento, l’utilizzo a pascolo lasciava il segno. Il bovino, come tutti sanno, è animale mite ma a grande impatto ambientale.  A volte molto grande.

Il terreno di gioco, dicevamo, aveva quell’erba che  la frequente concimazione rendeva soffice. I francesi, esperti in materia (parliamo dell’erba, ovviamente), non avrebbero esitato a utilizzare la parola  “pelouse”. Parola evocativa  che dà il senso del tappeto soffice da sfiorare con la mano, facendo grande attenzione naturalmente. Il problema  vero  era invece  la decisa  pendenza. Questa,  sia detto a chiare lettere, non influenzava  minimamente le partite che prevedevano, per  lungimirante regolamento, il cambio di campo tra un tempo e l’altro. Era però  necessario avere una notevole scorta di palloni per sostituire quelli che rotolavano a valle, si infilavano nel torrente e si riunivano ballonzolanti nel laghetto sottostante, tra le anatre perplesse che finivano per adottarli come pulcini un po’ grassi.
Il fatto miracoloso era che questo ipotetico difetto in realtà si trasformava in un vantaggio per il gioco perché entrambe le squadre, per evitare tempi morti, finivano per calciare il meno possibile giocando sempre alla mano, tra gli applausi del pubblico. Nel tempo quindi, quello che poteva apparire  ad una lettura superficiale un problema era diventato una “tendenza”. Talmente condivisa che gli addetti ai lavori avevano coniato lo slogan non fartela sotto, gioca come a Caccadisotto! per intendere un gioco coraggioso, avanzante, sempre al largo,  spumeggiante, quasi transalpino.
In Argentina era nato addirittura il movimento “Terreno Pendiente”, subito represso nel sangue. Con coscienza i giocatori del paese di Caccadisotto ne avevano fatto una vera filosofia secondo la prassi del “prima fai, poi ci dirai perché lo fai”  e pare che per un certo periodo nei boschi  si potessero  incontrare cercatori di funghi maori, raccoglitori di castagne australiani e addirittura botanici sudafricani specializzati in ciclamini e tuberi.  Questo per dire che, come insegna la sociologia, l’ambiente ha  un’influenza determinante nell’evoluzione del pensiero comune,  tranne che per i bovini di cui sopra che, diciamo così, la facevano più facile.

Chicco Pessina
Illustrazione di Bruno Testa

Trovi il primo capitolo delle “Avventure di Capitan Porchetta” a questo link:
Capitolo I: Il segreto

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