Le avventure di Capitan Porchetta – Capitolo I: Il segreto

Gran sognatore, un po’ pasticcione, Carletto è un ragazzino come tanti… O almeno, così sembra. Ma lui ha un asso nella manica: quando è il momento, si trasforma in  Capitan Porchetta, un supereroe pronto a intervenire per salvare chi si trova in difficoltà (con esiti, inutile dirlo, non sempre all’altezza delle aspettative…).
Carletto/Capitan Porchetta è protagonista dei gustosissimi racconti di Chicco Pessina, scrittore con un passato di giocatore di rugby, che a partire da oggi ospiteremo sul nostro sito. Racconti scritti per divertire i bambini/ragazzini (a partire dai 9-10 anni), ma che siamo sicuri apprezzerete anche voi “grandi”.

Carlo, per tutti Carletto, era sfortunato. Era nato così. C’è chi nasce biondo, chi con il dono dell’orecchio musicale, lui era nato sfortunato. Attenzione, niente di drammatico, insomma non così negativo, addirittura un tantino eroico. Diciamo… solo un po’, sfortunato. Carlo se n’era accorto subito, dopo il primo vagito. L’ostetrica l’aveva messo a testa in giù dicendo  sopra pensiero: “ Va’ che bella bambina!” poi l’aveva girato e aveva rettificato “bambino”!  Lui si era guardato in giro cercando, in modo un po’miope, il consenso dei genitori, ma loro ridevano. Sì, c’era già un problema e loro ridevano. Forse aveva pensato “cominciamo bene …”, di  certo aveva trovato adeguato esibirsi in un piccolo rigurgito e addormentarsi. Tutti dicevano “un bambino tranquillo, mai un capriccio, dove lo metti sta.”  In realtà lui cercava solo di non farsi uccidere.  Non era  sempre facile sopravvivere all’affetto di zii che lo lanciavano in aria senza alcuna ragione, nonne fuori controllo che lo soffocavano di coccole, genitori che lo imboccavano maldestramente. Aveva il suo bel da fare a sputare pappe ustionanti, scansare spigoli e architravi,  schivare animali domestici gelosi, cercare di non farsi dimenticare in auto.  Un lavoro.

Negli  anni però,  aveva scoperto che essere sfortunati è molto  faticoso ma incredibilmente interessante. È il sale della vita. Forse anche il pepe. Ti rende attento, ti obbliga a prevenire. Devi avere uno sguardo più ampio, una visione che contempla campi lunghi, decodifica  particolari, considera angoli di cui gli altri nemmeno si accorgono. Perché tu devi  farcela, quotidianamente. E allora sviluppi una sensibilità che ti permette di  analizzare le situazioni nella loro complessità, perché devi essere  pronto a tutto, sempre. Carletto  riassumeva tutto in questo  unico pensiero: “fortunatamente sono sfortunato.” Per lui la vita era una bella vita e viverla era un grande avventura.

Come apriva gli occhi al mattino, Carletto sorrideva. Era felice. Ma, se qualcuno gli avesse chiesto perché era felice, forse non avrebbe potuto rispondere. Sì, perché l’altro  non avrebbe mai capito che lui era  felice perché il soffitto non gli era crollato addosso di notte. Piccole cose, certo, ma che facevano partire una nuova frizzante giornata. E poi giocava a rugby.  Giocare a rugby era  il completamento naturale della sua giornata, forse si sarebbe azzardato a dire il completamento naturale della sua magnifica vita. Il rugby era come il vento nel bosco, come l’acqua frizzante, come il pane con il cioccolato. Il rugby era come sognare a colori, come ridere con un fratello maggiore, come gli occhi della bambina del primo banco: Martina.

E poi c’era anche un segreto. Il suo segreto. Che per il fatto stesso di essere segreto nessuno lo poteva sapere.  Carletto non era solo un bambino delle elementari. Lui  aveva una seconda identità. Era un supereroe. Carletto era “Capitan Porchetta”.  Non era del tutto certo di quali superpoteri avesse a disposizione, ma sapeva trasformarsi in Capitan Porchetta ogni volta che ne vedeva la necessità. Il nome da supereroe era legato a una maglietta da gioco rosa, un tempo rossa,  un po’ logora e mancante di un bottone. Forse era anche dovuto  al fatto  che aveva le “gambe grosse”. Certi dicevano che aveva le “gambe grasse” ma lui, che giocava a rugby, sapeva quale era la differenza. In fondo quasi tutti quelli che hanno le gambe grasse finiscono per giocare a rugby, perché solo lì si conosce la differenza tra “gambe grosse” e “gambe grasse”. Prima pensavi di avere le gambe grasse e dall’oggi al domani ti trovavi ad avere  le gambe grosse. Perché il rugby possiede anche  insospettabili  virtù taumaturgiche.

Chicco Pessina
Illustrazioni di Bruno Testa

 

Trovi il secondo capitolo delle “Avventure di Capitan Porchetta” a questo link:
Capitolo II: Il paese di Caccadisotto

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