I compiti… al tempo del coronavirus

Emergenza coronavirus, scuole chiuse… e bambini alle prese con lezioni online e compiti. Un “compito” che si sta rivelando più difficile del previsto per le famiglie, e che spesso mette a dura prova la pazienza dei genitori. I quali improvvisamente scoprono che angeli sono gli insegnanti, e si chiedono come facciano a tenere a freno un’intera classe, mentre loro hanno difficoltà già solo con uno (o due-tre-quattro) bambini.

Anche per i miei nipoti è scattato il momento delle lezioni online. E già organizzarsi ha richiesto un po’ di tempo: sono gemelli, impossibile pensare di farli lavorare in momenti diversi, pena dover lottare con capricci infiniti. E loro sono fortunati: in casa, c’è un PC portatile e uno fisso. Ma il loro papà è un giornalista, quindi prima di iniziare hanno dovuto aspettare che finisse di scrivere. Poi, quando è stato tutto pronto, i genitori si sono connessi e hanno scaricato il materiale.
Tutto bene, quindi? Diciamo… benino. Perché poi convincerli a fare i compiti, a stare seduti alla scrivania, ad applicarsi… è un’altra cosa! E loro sono ancora piccoli, sono in prima, e hanno genitori preparati e attenti, pronti a supportarli con spiegazioni quando occorre. Ma già nella loro classe ci sono bambini che si trovano in difficoltà. Per esempio, quelli che non hanno un computer o un tablet, e devono arrangiarsi con un cellulare (e come fare gli esercizi online con il cellulare?); quelli di origine straniera, i cui genitori non sono in grado di supportarli; quelli con delle difficoltà di apprendimento, che avrebbero bisogno di un percorso diverso, protetto e più attento alle loro esigenze…

Insomma, già in prima il grande e “forzato” esperimento della didattica a distanza sta mostrando la corda. Un modo di fare scuola che era nell’aria da tempo, visto che la versione online dei libri di testo era già diffusa, ma che si sta mettendo in pratica, e precipitosamente, solo in questi giorni di emergenza. E che sta rivelando i suoi limiti, non tanto nella didattica, ma nel fatto che questo modo di fare scuola fa emergere ancora più prepotentemente le differenze. Differenze non tra i bambini, ma legate a quella che potremmo chiamare la loro provenienza sociale. Per cui chi ha un computer e una stampante è avvantaggiato rispetto a chi non ce l’ha; ma, ancor prima, è avvantaggiato chi ha genitori che sanno usare il computer, che hanno studiato, che sono in grado di intervenire dando una spiegazione, suggerendo uno strumento da consultare…

La sensazione è che oggi la didattica a distanza, così come viene applicata, finisca con l’approfondire quel solco invisibile ma ben percepibile tra le classi sociali, per cui chi ha la fortuna di avere un certo tipo di famiglia fa meno fatica a scuola di chi non ce l’ha, indipendentemente dall’intelligenza e dalla voglia di fare dei bambini. E che, insomma, la scuola in questo modo venga meno a quello che è uno dei suoi compiti primari, dare le stesse opportunità a tutti i bambini, abbattendo le possibili barriere tra di loro, di qualunque tipo siano. Un compito che è la base stessa della democrazia e del nostro vivere civile.

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