Nonna Annalisa racconta – La nascita della nipotina

Sono passati diversi mesi, ma solo ora riesco a raccontarlo. Ora che mi vedo intorno la mia nipotina E. allegra e saltellante, un uccellino che cinguetta tutto il giorno e non sta mai ferma, pronta a conquistare ogni minuscolo angolino del mondo, per ora limitato, alla sua portata. Ora che sento le sue risatine deliziate quando la prendo in braccio e le do i bacini sul pancino, ora che ascolto i suoi primi balbettii, così irresistibilmente buffi… ora posso raccontare il giorno in cui è nata, la paura e il cuore stretto della nonna, la prima telefonata (“stiamo andando in ospedale”) e l’ansia per i lunghi momenti in cui non avevo notizie e cercavo di continuare a lavorare e a occuparmi delle faccende quotidiane mentre il mio cervello macinava senza sosta la domanda “che cosa starà succedendo ora?”.

Nonna, certo, ma prima di tutto mamma, cercavo di seguire con l’immaginazione le fasi del parto (le contrazioni che si vanno ravvicinando, il sacco amniotico che si rompe…). Quello a cui non ero preparata era la secondo telefonata: “Sta bene, ha le contrazioni, ma dicono che la bimba si muove poco”.
Doccia ghiacciata. Come si muove poco? Che significa? Perché? Domande inutili. L’unica cosa che potevo fare era cercare di stare calma e non allarmare loro, i genitori.
Stare calma… impossibile. Cercavo di rassicurarmi dicendo che era affidata a mani superesperte, che l’ospedale era specializzato proprio nelle nascite. Ma la paura era un tarlo gelido che si insinuava sempre più in profondità e che non si lasciava vincere dai miei ragionamenti.

Finalmente, altra telefonata: “È nata, ma aveva il cordone ombelicale intorno al collo: ce l’hanno fatta vedere un attimo e l’hanno portata subito via”.
Panico nella voce del papà. Panico nel mio cuore, mentre cercavo goffamente di rassicurarlo e pregavo, come avevo fatto tutto il giorno, ma ora con un’intensità ancora maggiore. E mi chiedevo (come continuo a chiedermi ancora oggi, mentre ringrazio il Cielo perché alla fine è andato tutto bene): “Ma se avevano visto che la bimba si muoveva poco, perché non fare un cesareo? Che pericoli hanno fatto correre a lei e a mia figlia? Possibile, ancora oggi che la medicina è così avanzata, correre questi rischi? E se il parto fosse stato più prolungato? E se…”

Giorni con il fiato sospeso, mentre E. era nella culla termica, monitorata in attesa che l’ossigenazione si normalizzasse, con i genitori che si alternavano nella nursery, in un ospedale dove a causa del Covid nessun altro poteva entrare.
Fortunatamente oggi per sentirmi serena mi basta guardarla alle prese con il suo primo libro cartonato, mentre si dà da fare tutta concentrala per girare le pagine e ogni tanto mi guarda con occhi attenti mentre mi invento lì per lì storie strampalate, anche se non dimenticherò mai quei momenti, incisi nel mio cuore. E un giorno, chissà, li racconterò anche a lei.

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