Il sonno, lo “spazzino” del cervello che aiuta la memoria
Capita un po’ a tutti: arrivati alla nostra “terza età”, il sonno diventa spesso una nota dolente. E dire che proprio ora finalmente potremmo dormire un po’ di più, prendercela comoda! E invece niente: la sera il sonno non arriva, magari ci addormentiamo una mezzoretta sul divano ma poi, quando è ora di andare a letto, niente da fare. Al mattino, sveglia all’alba, anche ammesso di riuscire a dormire senza interruzioni. In compenso, durante il giorno ci viene un po’ di sonnolenza e ci capita di ritrovarci a fare dei pisolini. Insomma, è tutto il ritmo del sonno che alla nostra età cambia, e certo non in meglio.
Che cosa dice la scienza
Se questa è in genere la nostra esperienza, a confermarla arriva la scienza, che ci dice che effettivamente nel sonno delle persone anziane spesso diminuisce la fase REM (Rapid Eye Movement), che è il sonno più profondo, quello in cui si elaborano le emozioni e si attiva la memoria.
E la cosa ha effetti che possiamo misurare nella nostra vita quotidiana: un sonno interrotto e di scarsa qualità influisce sul sistema glinfatico, che è quello che permette di rimuovere gli elementi di scarto del metabolismo del cervello e le proteine tossiche attraverso un sistema di scambio di fluidi tra il cervello e il midollo spinale. Il sistema glinfatico, che ha il compito di “pulire” il cervello e aiutare la memoria, è attivo proprio durante il sonno; per questo quando si dorme poco e male non funziona bene e questo pian piano compromette anche la memoria. Recenti studi, non a caso, associano il suo malfunzionamento a malattie come il morbo di Alzheimer o il Parkinson.
Che cosa possiamo fare
E allora, dobbiamo rassegnarci? Certo che no! Sicuramente con l’avanzare dell’età i cambiamenti a cui andiamo naturalmente incontro influenzano anche il sonno, così come possono disturbarlo alcune patologie o alcuni dei farmaci che assumiamo.
Però la buona notizia è che ci sono delle buone abitudini e delle piccole “strategie” che possono aiutarci. Per esempio, andare a letto sempre alla stessa ora, per regolare l’”orologio biologico”. Sforzarsi di “resistere” al richiamo del divano e ai piccoli sonnellini che ci invita a fare, per favorire un riposo notturno più lungo e continuativo. E se è vero che con l’andare degli anni le ore di sonno diminuiscono, dobbiamo cercare di non scendere sotto le 5 (l’ottimale sarebbe tra le 7 e le 8).
Sarebbe bene anche controllare le apnee notturne perché quando capitano (come succede a chi russa e rimane quasi senza fiato per alcuni secondi) arriva meno sangue al cervello e quindi alla lunga si danneggiano le cellule nervose.
E poi, cerchiamo di seguire il ritmo biologico della giornata: usciamo al mattino, per goderci il sole e la luce, ma oscuriamo la stanza di notte, quando dormiamo. Benché talvolta ci sembri di riposare ugualmente, anche con una debole luce accesa, in realtà la luminosità ci disturba. Per non parlare dell’uso di computer, smartphone e tablet la sera, che andrebbe bandito perché ha effetti diretti sul sonno.
Anche la dieta può influire sul sonno. Conosciamo gli effetti della caffeina (niente caffè dopo una certa ora!), ma anche la nicotina può disturbarlo, così come assumere alcol (che può provocare i risvegli nella seconda parte della notte). E naturalmente una dieta sana, una cena leggera per non essere appesantiti dalla digestione.
E i farmaci? In caso di problemi, certo, si possono prendere (meglio di una notte insonne!), ma solo dietro il parere e sotto il controllo del medico.
Disclaimer
Le informazioni riportate rappresentano indicazioni generali e non sostituiscono in alcun modo il parere medico.
