Un mare di mascherine? Speriamo di no

Già alla fine del febbraio scorso Gary Stokes, cofondatore dell’organizzazione  ambientalista OceansAsia, segnalava la presenza di 70 mascherine sulle spiagge delle isole Soko, al largo di Hong Kong, e di altre 30 rinvenute nella settimana successiva. I conti, ahinoi, sono presto fatti: secondo il WWF , sarebbe bastato smaltire in modo improprio anche solo l’1% di quel miliardo di mascherine previsto mensilmente da una stima del Politecnico di Torino per la Fase 2, per farne disperdere nell’ambiente 10 milioni al mese. Se si considera, poi, che ogni mascherina pesa all’incirca 4 grammi, la dispersione mensile di plastica in natura supererebbe i 40mila chilogrammi. Quelli che erano i DPI di ieri, sono i rifiuti di oggi e saranno l’inquinamento di domani: smaltirli come si deve è un imperativo categorico.
Al netto della priorità del disastro pandemico che ha tristemente coinvolto l’essere umano, non si può non riflettere anche sulla natura e sulla fisarmonica cui è stata sottoposta in questo periodo. È infatti passata dalle targhe alterne per contenere le emissioni inquinanti nelle città ai benefici indiretti e insperati del lockdown, che hanno fatto ripopolare il Mediterraneo di tonni e tursiopi. Dopodiché, la sacrosanta ripresa delle attività produttive ha segnato un subitaneo ritorno alla “normalità” inquinante. E l’Italia, dall’essere fieramente patria di quel Giulio Natta che nel 1963 vinse il Nobel per la scoperta del polipropilene (materiale plastico usa e getta, di cui sono di solito fatte le mascherine) se non stiamo attenti rischia di trasformarsi nell’habitat ideale di novelli “uccelli propilenici”, ovvero di mascherine svolazzanti in aria.

Ma che cos’è un DPI? Il Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro definisce DPI “qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo”. Le mascherine definite “chirurgiche” dunque non rientrano tra i DPI e sono considerate dispositivi medici che filtrano con un’efficacia del 95% l’aria in uscita, mentre proteggono dall’esterno solo per il 20%. Le “mascherine di comunità”, invece, secondo il DPCM del 26 aprile sono quelle da usare in ambienti chiusi o quando non si possa garantire il distanziamento sociale: sono “monouso o lavabili, anche auto-prodotte, in materiali multistrato idonei a fornire un’adeguata barriera e, al contempo, che garantiscano comfort e respirabilità, forma e aderenza che permettano di coprire dal mento al di sopra del naso”. In ogni caso, DPI o no, le mascherine mal gestite a fine vita diventano l’ennesimo disturbo antropico arrecato alla natura. Per non parlare dei guanti… Fortunatamente, l’OMS ha appena deciso di sospenderne l’uso perché può far “aumentare il rischio di infezione, può portare all’auto-contaminazione o alla trasmissione ad altri quando si toccano le superfici contaminate e quindi il viso”.

La ricetta dunque resta quella di “migliorare sensibilmente le pratiche di igiene delle mani”, oltre al rispetto della distanza interpersonale di almeno un metro. Per il resto, mettere in campo il giusto grado di senso civico. In seno alla campagna “Ecoproteggiamoci” di Legambiente e Unicoop Firenze è stato stilato un utile vademecum che ricorda, come già stabilito dall’ISS, che le mascherine vanno gettate nell’indifferenziato, in assenza di individui positivi a COVID-19 in casa; in caso di positività, invece, considerare indifferenziato qualsiasi rifiuto domestico, isolando mascherine e guanti in un’altra busta per maggior sicurezza.

C’è anche il rischio di un inquinamento invisibile dovuto alla dispersione di sostanze chimiche impiegate per il trattamento di prodotti sanitari, come il PFOA (acido perfluoroottanoico), già vietato dalla Conferenza di Stoccolma per tossicità e capacità di dispersione. Finché questi nuovi oggetti faranno parte del nostro quotidiano, dobbiamo gestirli al meglio anche quando saranno diventati dei rifiuti. La natura ringrazierà.

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