Il tavolino magico, l’asino d’oro e il randello castigamatti

tavolino-asino-randello_A(Fratelli Grimm – illustrazioni di Paola Minelli)

C’era una volta un sarto che aveva tre figli e una sola capra. Il sarto voleva che i figli ogni giorno la conducessero a turno al pascolo, in modo che potesse mangiare della buona erba.

Il maggiore la portò al camposanto, dove c’era l’erba più bella. La sera, venuta l’ora del ritorno, domandò: – Capra, hai mangiato a sazietà?
La capra rispose: – Ho mangiato a sazietà. Neppure se ne avessi voglia potrei farci stare una foglia: bèee! bèee!
Allora il giovane tornò a casa e la portò nella stalla.
Il padre volle controllare di persona se la capra aveva mangiato abbastanza. Perciò andò nella stalla e domandò: – Capra, hai mangiato a sazietà?
La capra rispose: – Come potevo mangiare e lo stomaco saziare? Una tomba ho calpestato, neppure una foglia vi ho trovato: bèee! bèee!
Il sarto si arrabbiò e scacciò di casa il figlio.
Il giorno dopo toccò al secondo figlio, e anche questi scelse un luogo dove c’era della buona erba, e la capra se la mangiò tutta. La sera, venuta l’ora del ritorno, domandò: – Capra, hai mangiato a sazietà?
La capra rispose: – Ho mangiato a sazietà, neppure se ne avessi voglia potrei farci stare una foglia: bèee! bèee!
– Allora andiamo a casa – disse il giovane. La condusse nella stalla e la legò.
Anche questa volta il sarto volle accertarsi di persona che la capra avesse mangiato abbastanza. Andò nella stalla e le domando: – Capra, hai mangiato a sazietà?
La capra rispose: – Come potevo mangiare e lo stomaco saziare? Una tomba ho calpestato, neppure una foglia vi ho trovato: bèee! bèee!
– Razza di bugiardo! – gridò il sarto. – Far patire la fame a una bestia tanto buona! Corse di sopra e scacciò di casa anche il secondo figlio.
Ora toccò al terzo, ma anche a lui successe proprio come ai suoi fratelli, e anche lui fu scacciato di casa dal padre.
Ora il sarto era solo con la sua capra e il giorno dopo le disse: – Vieni, cara bestiola, ti porterò io al pascolo.
La prese e la condusse in un luogo dove c’erano tante erbe che piacciono alle capre, lasciandola pascolare fino a sera. Allora domandò: – Capra, hai mangiato a sazietà?
Essa rispose: – Ho mangiato a sazietà, neppure se ne avessi voglia potrei farci stare una foglia: bèee! bèee!
Il sarto allora la portò a casa e, mentre la legava nella stalla, le disse:  – Stavolta ti sei proprio saziata!
Ma la capra gridò: – Come potevo mangiare e lo stomaco saziare? Una tomba ho calpestato, neppure una foglia vi ho trovato: bèee! bèee!
All’udire queste parole, il sarto comprese di aver scacciato i suoi tre figli ingiustamente. Perciò prese la frusta e cacciò la capra.
Ora il sarto, pentito, avrebbe voluto ritrovare i suoi figli, ma nessuno sapeva dove erano finiti.

Il maggiore era andato a imparare il mestiere da un falegname. Si fece benvolere e quando, finito il tirocinio, dovette partire, il padrone gli regalò un tavolino di legno. Era un tavolino dall’aspetto tutt’altro che particolare, ma quando lo si metteva a terra e si diceva “Tavolino, apparecchiati!”, eccolo d’un tratto coprirsi di una linda tovaglietta, con un piatto, posate e vassoi di lesso e di arrosto quanti ce ne potevano stare, e un bel bicchierone di vino rosso che scintillava.
Il giovane apprendista pensò: “Ne ho abbastanza per tutta la vita.” Così se ne andò in giro per il mondo allegramente: quando gliene saltava il ticchio, andava in un campo, in un bosco o in un prato, si toglieva il tavolino dalle spalle, se lo metteva davanti, diceva “Tavolino apparecchiati!”, ed ecco comparire tutto ciò che desiderava.
Alla fine pensò di ritornare dal padre. Ora avvenne che la sera, sulla strada del ritorno, giunse in una locanda ove si trovava molta gente che gli diede il benvenuto e lo invitò a sedersi e a mangiare con loro.
– No – rispose il falegname, – sarete voi miei ospiti.
Egli mise in mezzo alla stanza il suo tavolino di legno e disse: – Tavolino, apparecchiati!
Ed eccolo subito coperto di cibi squisiti e dal profumo stuzzicante.
– Be’, se è così, ci serviamo – dissero gli ospiti della locanda. Si avvicinarono, estrassero i coltelli e non fecero complimenti, poiché non appena un piatto era vuoto veniva subito sostituito da uno pieno.
Così tutti se la spassarono allegramente; ma l’oste pensò fra sé: “Un simile cuoco ti farebbe comodo per la tua locanda!”
Quando fu tardi andarono tutti a dormire e anche il falegname si mise a letto, lasciando in un angolo il suo tavolino magico. A mezzanotte l’oste si alzò, andò nel ripostiglio, prese un tavolino identico nell’aspetto a quello del giovane e lo mise nell’angolo scambiandolo con quello vero.
Il mattino dopo il giovane pagò il conto, prese il tavolino dall’angolo, senza sospettare che fosse falso, e se ne andò per la sua strada. A mezzogiorno arrivò da suo padre, che si rallegrò di cuore quando lo vide.
– Babbo – disse il ragazzo, – sono diventato un falegname.
– E che cosa hai portato dal viaggio? – chiese il padre.
– Babbo, ho portato un tavolino.
Il sarto lo osservò e vide che era un tavolino brutto e vecchio, ma il figlio disse: – Babbo, è un tavolino magico; quando lo metto in terra e gli ordino di apparecchiarsi, vi compaiono le vivande più squisite e un vino che rallegra il cuore. Invitate pure tutti i parenti: il tavolino li sazia tutti.
Quando la compagnia fu raccolta, mise il suo tavolino in mezzo alla stanza e disse: – Tavolino, apparecchiati!
Ma nulla apparve e quello rimase vuoto, come qualsiasi altro tavolo. Allora il giovane capì che il tavolino gli era stato rubato, si vergognò di fare la figura del bugiardo e i parenti se ne tornarono a casa senza aver mangiato né bevuto.

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Il secondo figlio aveva imparato il mestiere da un mugnaio. Finito il tirocinio il padrone gli disse: – Poiché ti sei comportato così bene, ti regalo un asino che non tira il carretto e non porta sacchi!
– E a che serve, allora? – domandò il giovane.
– Sputa oro – rispose il padrone. – Se lo metti su un panno e dici “Briclebrit”, sputa monete d’oro dalla bocca.
Il giovane ringraziò il padrone e se ne andò in giro per il mondo. Dopo aver girato un po’ il mondo, pensò: “È ora di tornare da mio padre!”
Sulla strada del ritorno, capitò nella stessa locanda dove era stato suo fratello. L’oste voleva prendergli l’asino, ma egli disse: – No, lo porto io stesso nella stalla e lo lego io, perché devo sapere dov’è.
Poi domandò che cosa vi fosse da mangiare e ordinò i cibi più raffinati. L’oste pensò: “Uno che provvede da sé al suo asino non ha certo molto da spendere”. Ma quando il giovane trasse di tasca due monete d’oro, corse a cercare il meglio che potesse trovare.
Dopo pranzo il giovane domandò: – Quanto vi devo?
– Un altro paio di monete d’oro – rispose l’oste.
Il mugnaio frugò in tasca, ma non ne aveva più. Allora prese con sé la tovaglia e uscì. L’oste lo seguì piano piano e lo vide entrare nella stalla. Sbirciò da una fessura nella porta e vide il garzone stendere la tovaglia sotto l’asino, gridare “Briclebrit”, e subito dalla bestia cadde una vera pioggia d’oro.
“Capperi!” pensò l’oste. “Un simile borsellino non è male!”
Il giovane pagò e andò a dormire; ma durante la notte l’oste scese di nascosto, legò un altro asino al posto di quello magico e portò questo in un’altra stalla.
La mattina dopo il mugnaio se ne andò con la bestia pensando di condurre con sé il suo asino d’oro. A mezzogiorno giunse dal padre che si rallegrò al vederlo e chiese: – Che cosa sei diventato, figlio mio?
– Un mugnaio, caro babbo!- rispose egli.
– Che cosa hai portato dal viaggio?
– Un asino, babbo. È un asino d’oro: se gli dico “Briclebrit” riempie di oro un’intera tovaglia! Fate radunare tutti i parenti, voglio renderli ricchi.
Quando furono tutti riuniti, il mugnaio distese a terra la tovaglia più grande che c’era in casa. Poi andò a prendere l’asino e ve lo mise sopra. Ma quando gridò “Briclebrit” pensando che le monete d’oro si sarebbero sparse per tutta la stanza, fu chiaro che la bestia non conosceva affatto quell’arte.
Allora il ragazzo comprese di essere stato ingannato.

Il terzo fratello era andato a imparare il mestiere da un fabbro, e dovette fare pratica più a lungo. Ma i suoi fratelli gli scrissero com’erano andate le cose, e come proprio l’ultima sera l’oste li aveva derubati dei loro oggetti magici.
Quando il fabbro ebbe finito il tirocinio e dovette partire, il padrone gli disse: – Poiché ti sei comportato così bene, ti regalerò un sacco; dentro c’è un randello.
– Il sacco me lo metterò in spalla, ma che me ne faccio di un randello?
– Se qualcuno ti fa del male – rispose il padrone – basta che tu dica “Randello, fuori dal sacco!”, e il randello salta fuori e balla così allegramente sulla schiena della gente da farla stare otto giorni a letto senza potersi muovere; e non la smette se tu non dici: “Randello, dentro al sacco!”
L’apprendista lo ringraziò, si mise il sacco in spalla e se qualcuno gli si avvicinava per aggredirlo, egli diceva:
– Randello, fuori dal sacco! – e subito il randello saltava fuori e lo spolverava sulla schiena.
Una sera anche il fabbro giunse nell’osteria dov’erano stati derubati i suoi fratelli. Mise il suo sacco accanto a sé, sul tavolo, e incominciò a raccontare le meraviglie che a volte si incontrano in giro per il mondo, come tavolini magici e asini d’oro. Ma tutto ciò non era nulla a confronto del tesoro che egli si era guadagnato e che si trovava nel sacco.
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L’oste tese le orecchie e pensò: “Cosa potrà essere? Non c’è il due senza il tre, mi pare giusto avere anche questo”.
Il giovane si distese poi sulla panca e si mise il sacco sotto la testa come cuscino. Quando lo credette addormentato profondamente, l’oste gli si avvicinò e incominciò con gran cautela a tirare il sacco, cercando di toglierlo e di sostituirlo con un altro. Ma il fabbro lo stava aspettando e, appena l’oste cercò di dare uno strattone vigoroso, gridò: – Randello, fuori dal sacco!
Subito il randello saltò addosso all’oste e cominciò a suonargliele di santa ragione. L’oste gridava da far pietà, ma più gridava e più forte il randello lo batteva. Alla fine il fabbro disse: – Vuoi restituire il tavolino magico e l’asino d’oro? Se non lo fai ricomincia la danza!
– Ah, no! – esclamò l’oste. – Restituisco tutto volentieri, purché ricacciate nel sacco quel maledetto diavolo!
Il giovane disse: – Per questa volta passi, ma guardati bene dal fare altri tiri mancini!
Poi disse “Randello, dentro al sacco!” e quello obbedì.
Così il mattino dopo il tornitore ritornò a casa dal padre con il tavolino magico e l’asino d’oro. Il sarto fu felice di rivederlo e gli chiese: – Che cosa hai imparato?
– Babbo – rispose, – sono diventato fabbro.
– Un bel mestiere – disse il padre. – Che cos’hai portato dal viaggio?
– Un randello nel sacco. Se dico: “Randello, fuori dal sacco!” salta fuori e concia per le feste i malintenzionati; in questo modo ho potuto riprendere il tavolino magico e l’asino d’oro. Fate venire i miei fratelli e tutti i parenti: voglio che mangino, bevano e si riempiano le tasche d’oro.
Quando furono tutti riuniti, il fabbro stese un panno nella stanza, portò dentro l’asino e disse: – Adesso parlagli, caro fratello.
Allora il mugnaio disse “Briclebrit!” e all’istante le monete d’oro caddero tintinnando sul panno, e la pioggia non cessò finché tutti i presenti non ebbero le tasche piene.
Poi il fabbro andò a prendere il tavolino e disse: – Adesso parlargli tu, caro fratello.
E il falegname disse “Tavolino, apparecchiati!” e subito eccolo apparecchiato e abbondantemente fornito di piatti prelibati. Così i parenti mangiarono, bevvero e se ne andarono a casa tutti contenti.
Il sarto invece visse in pace con i suoi tre figli.

 (adattamento da Jacob e Wilhelm Grimm, “Fiabe”, Mondadori)

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