Il momento dei capricci: la tecnica del “time out”

Perdere la pazienza no, urlare no, dare uno scapaccione no… però bisogna ammettere che ci sono dei momenti in cui è davvero difficile mantenere il controllo, di fronte ai capricci dei bambini. In questi casi, quando i toni (e la pressione su genitori e nonni) si alzano troppo, può essere utile ricorrere al “time out”. È una tecnica nota da tempo (ai miei tempi, era “vai in punizione in camera tua!”) e che oggi alcuni pedagoghi tornano a consigliare, almeno in alcuni casi.
In che cosa consiste il time out?
Consiste nell’allontanare per un breve periodo il bambino da un ambiente in cui ha tenuto in comportamento inaccettabile. Il fine è quello di “abbassare il tono” e riacquistare il controllo, lì dove il livello dei capricci è diventato eccessivo.
Diciamo subito una cosa: il time out non deve essere usato sotto i tre anni (almeno), l’età in cui i bambini cominciano ad avere reale consapevolezza dei comportamenti inaccettabili che hanno avuto. Non solo: bisogna essere certi che non venga percepito dai bambini come un “abbandono”: il messaggio da trasmettere è che è un provvedimento che prendiamo perché loro hanno avuto un comportamento che non accettiamo, ma puniamo quel comportamento, mentre il nostro amore e la nostra fiducia in loro per il resto rimane inalterata. E deve essere usato per comportamenti davvero “gravi”: non può essere usato per qualsiasi marachella.
Gli errori da non fare
Detto questo, se decidiamo per il time out, ci sono alcuni errori da evitare. Prima di tutto, non va usato troppo spesso, ma solo in caso di comportamenti davvero scorretti. Teniamo conto che, in base a una ricerca americana, il time out funziona bene soprattutto sui bambini che hanno atteggiamenti provocatori e non andrebbe usato quando il bambino ha uno scoppio d’ira incontrollabile: in questi casi, meglio abbracciarlo per fargli capire che capiamo ciò che prova.
Poi, teniamo presente che il time out non serve a “far riflettere” in bambino, ma ad abbassare la tensione. Dopo, una volta tornata un po’ di calma, potremo parlare con lui e discutere del suo comportamento.
Infine, il time out deve essere una punizione: non deve essere troppo protratto e non va bene se il bambino si isola e, anche un po’ provocatoriamente, si mette a giocare facendo finta di niente. In questi casi bisogna adottare altre strategie.
Come usare il time out
Prima di tutto, dobbiamo avvisare il bambino. Non minacciare cinquanta volte, però: dare un solo avvertimento, tipo “Non si lanciano i giocattoli. Se lo fai un’altra volta, vai a sederti su quella sedia” (o ovunque decidiamo che sia il posto del time out; alcuni psicologi sconsigliano la cameretta, perché lì il bambino potrebbe mettersi a giocare e si perderebbe il senso della punizione).
Dare un tempo, anche con il timer dell’orologio o del cellulare, così il bambino sa che è una punizione “a tempo” (per esempio, 5 minuti), ma durante questo tempo stare in silenzio e non dare attenzione al bambino.
Una volta che il bambino si è calmato, sedetevi con calma vicino a lui e parlategli, spiegando i motivi della punizione. Ma ascoltatelo anche, in modo da poter sentire le sue motivazioni, e ragionarci insieme (per esempio, “ho dato uno spintone a Luca perché mi aveva preso la macchinina”, oppure “ho scritto sul muro perché volevo vedere i cartoni e tu non me lo hai permesso”…).
Le alternative
E ora, le “buone tattiche” per evitare di dover arrivare al time out. La prima, consigliata dagli psicologi, è quella di sottolineare e premiare (basta una frase di incoraggiamento e un bacio) i comportamenti positivi prima di reprimere quelli negativi: i bambini vogliono “essere visti” e apprezzati dai genitori e dai nonni, e sottolineare i momenti in cui si stanno “comportando bene” rinforza i comportamenti positivi.
Poi, scegliamo bene le parole con cui esprimere gli ordini. Per esempio, invece di “Scendi subito dall’altalena perché dobbiamo tornare a casa” potremmo dire: “È ora di tornare a casa. Se non fai capricci, facciamo un patto: puoi giocare ancora dieci minuti, ma poi andiamo”. Tecniche che noi nonni, con la nostra esperienza, conosciamo bene…
