Vita da nonna – La prima “nonna” del piccolo A

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Eravamo all’ombra di un salice, una domenica in cui eravamo fuggiti dalla città per  una gita sulle rive del lago. Ed era un po’ che mi chiamava. Ma io, di spalle e impegnata a far fronte a un capriccio di sua sorella, non potevo girarmi per vedere cosa volesse. Perciò il piccolo A., esasperato, deve aver pensato che sì, visto che questi zucconi di adulti non capivano, gli toccava piegarsi a usare le parole. È così che ho sentito il primo “nonna” di mio nipote. Ancora un po’ incerto, ma chiaro e pronunciato a voce alta e piuttosto indignata, un po’ col tono di “ma insomma, mi dai retta?”.
Un attimo, e mi si è fermato il cuore. Mi sono girata e l’ho stretto a me, con buona pace di sua sorella e del suo capriccio, che è passato subito in secondo piano.
Non che sia stato precoce, il piccolo A. A differenza di sua sorella, ci ha messo un bel po’ a decidersi a lasciare i pochi, essenziali ma efficaci mezzi con cui riusciva a farsi capire perfettamente per passare alla parola, che sembrava ritenere un’inutile complicazione. D’altra parte, fino a quel momento se l’era cavata egregiamente con qualche sillaba, pronunciata in tonalità diverse a seconda delle circostanze, e qualche gesto: il minimo dei mezzi, in una perfetta logica di economizzare gli sforzi.
La famiglia certo non aveva lesinato i tentativi e le sollecitazioni per fargli dire le prime, sospirate parole; ma quando qualcuno di noi cercava di indurlo a parlare (“guardami A., dì “no…nn…a”…) il furbacchione ci guardava e rideva, magari ripetendo la parola una volta, tanto per dimostrare che era in grado di farlo, visto che a quanto pare agli adulti, per motivi incomprensibili, faceva piacere; ma quanto a usarla… beh, era un’altra faccenda.
Va beh, tutto questo è “prima” (anche se non sono certa che A. si sia davvero convinto della necessità di passare al linguaggio verbale per ottenere quello che vuole). Perché… come esprimere l’emozione di quando ho sentito la sua vocina chiamarmi, dire “nonna”? È stata la stessa emozione che ho provato con E., qualche anno fa: la rivedo ancora, seduta sul tappeto del salotto, piccola piccola, alzare il visetto e chiamarmi, “non… na”, con una vocina ancora incerta.
Ricordo tutto: la luce che entrava dalla finestra, la posizione della piccola, la tutina che indossava, il codino con cui le raccoglievamo il ciuffetto dei capelli, dritto sulla testa, l’espressione fiera di chi ha conquistato un traguardo (perché E., a differenza del fratello, è sempre stata molto interessata al linguaggio e ben decisa a servirsene… e anche bene, come il tempo ha dimostrato). Così come ricorderò sempre la luce morbida, filtrata dai rami del salice, che avvolgeva A., in piedi dietro di me, con la maglietta con il drago che gli piace tanto e la faccina un po’ imbronciata, mentre mi chiamava a lasciare sua sorella e ad andare a giocare con lui.
Momenti che riempiono il cuore e costituiscono una “riserva di felicità” a cui attingere, con la memoria, quando la vita ci mette alla prova e rischiamo di farci vincere dalla malinconia.

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