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Scuola dell’infanzia (o materna): sì o no?

26 Giugno 2020

Effetti collaterali del coronavirus. Ci scrive una nonna chiedendo un consiglio perché sua nuora, spaventata dall’epidemia di coronavirus, sta prendendo in considerazione l’ipotesi di non mandare la sua bambina alla scuola dell’infanzia (la scuola materna dei nostri tempi) alla riapertura dell’anno scolastico.
Il parere della nostra consulente, la psicologa Monica Accordini (Servizio di Psicologia Clinica per la coppia e la famiglia – Università Cattolica del Sacro Cuore UCSC).

DOMANDA

Buongiorno. Mi rivolgo a voi per un consiglio. Io e mio marito siamo molto combattuti. Mia nuora infatti sta prendendo seriamente in considerazione l’ipotesi di non mandare la nostra nipotina di 3 anni alla scuola materna, a settembre, perché è spaventata dal pericolo del contagio e delle “nuova ondata” di cui molti parlano. Lei però lavora, e ha chiesto a noi nonni di occuparci della bimba quando non c’è.
Noi finora l’abbiamo fatto, certo, e nelle ultime settimane anche a tempo pieno (prima tenevamo Alice due giorni alla settimana e negli altri c’era una babysitter, che però ora mia nuora non vuole richiamare perché dice che non sa con chi può venire in contatto quando non è con la bimba), ma è stato molto faticoso e non ce la sentiamo di continuare con questo ritmo.  E poi, pensiamo che anche per Alice non sia un bene: deve vedere i suoi coetanei, giocare; già ora si vede che le limitazioni che giocoforza le imponiamo la innervosiscono. E come può essere altrimenti?  Come tutti, è stata in casa a lungo; anche ora, andiamo a giocare nei giardinetti solo quando non ci sono altri bimbi, e facciamo in modo che, se ci sono, stiano lontani…
Insomma, non sappiamo che fare, siamo molto combattuti. Voi che cosa ci consigliereste?

RISPONDE LA PSICOLOGA MONICA ACCORDINI

Cara nonna,
capisco la posizione difficile e la sensazione di trovarsi, per così, dire “tra l’incudine e il martello”: da una parte il desiderio di dare un supporto a sua nuora, dall’altra l’esigenza di ascoltare se stessi e i propri ritmi. Messa in questi termini la situazione appare senza via di uscita alcuna; come è possibile quindi cavarsi d’impaccio? Chiamando in causa un esperto, coinvolgendo un terzo, che ci si attende preparato e imparziale, a dirimere la “disputa”. In altre parole, mi pare questa una situazione simile a quella in cui si trovò il biblico Salomone il quale, a ben vedere, non propose una soluzione ma richiamò ciascuna delle donne che si erano rivolte a lui alla propria responsabilità. Dietro l’attesa/pretesa di sua nuora che vi occupiate della nipote, dietro la vostra impossibilità/rifiuto di farlo, dietro la sua richiesta di aiuto c’è, a mio parere, il bisogno di trovare una soluzione immediata, c’è, insomma, l’urgenza di sbarazzarsi delle emozioni che sottendono queste richieste, di farle sparire dietro ad azioni che si vorrebbero risolutive. Questa “evacuazione emozionale” rende di fatto impossibile un esercizio di pensiero e di sentimento e riduce la questione ad un semplice noi contro voi/torto-ragione. In breve, ciascuno sa cosa dovrebbe fare l’altro ma non c’è spazio per pensare a cosa fare entro lo scambio, non c’è tempo e spazio per fermarsi sull’emozione sottesa alla propria richiesta né per trovare una proposta di conoscenza del punto di vista altrui entro la relazione.
Una posizione di questo tipo può avere come unici sbocchi possibili l’accettazione passiva e succube dell’uno o dell’altro o lo scatenamento di una guerra perché imbriglia la relazione in un cul de sac che nega la conoscenza dell’altro in virtù di una pretesa. Sua nuora “pretende” che voi badiate ad Alice, voi “pretendete” il vostro spazio e tutti “pretendono” di sapere cosa sia meglio per la bambina. La pretesa innesca una dinamica in cui la spiegazione, il pensiero, la richiesta divengono impossibili, in cui alla richiesta si sostituiscono le imposizioni; si pretende quando non si hanno più strategie, quando si teme che la violenza sia la sola strada per farsi ascoltare.
In questo senso il mio invito va invece nella direzione di provare a mettersi genuinamente in ascolto dell’altro, coinvolgendo in questo sistema – che al momento appare bloccato – anche suo figlio (che mi sembra il grande assente nella sua narrazione) e sua nipote medesima: tutto sommato è lei la diretta interessata.
Un caro augurio per una risoluzione serena di questa difficile situazione.

 

Monica Accordini
Servizio di Psicologia Clinica per la coppia e la famiglia
Università Cattolica del Sacro Cuore (UCSC)
Via Nirone, 15 – 20123 Milano MI
Tel. 02.7234.5961
www.unicatt.it/serviziocoppiafamiglia

 

 

Tags: bambina, bambine, bambini, bambino, famiglia, nipote, nipoti, non ni, nonna, nonne, nonno, psicologia, psicologo, scuola dell'infanzia, scuola materna

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2 commenti su “Scuola dell’infanzia (o materna): sì o no?”

  1. Annamaria ha detto:
    1 Luglio 2020 alle 19:18

    Beh scusate ma la psicologa sembra se ne sia lavata le mani! Addirittura chiedere alla bambina?! Ha solo 3 anni !! Io mi occupo del mio nipotino da 5 anni e sicuramente se avremo dubbi sulla sicurezza lo terremo a casa, insieme con la sua sorellina di 4 mesi, senza Se e senza Ma, con molto piacere

    Reply
  2. Adriana Piccolin ha detto:
    2 Luglio 2020 alle 21:38

    Ho due amati nipoti uno di 11 anni ed uno di 8! In tutti questi anni non ho mai detto di no a mia nuora che lavora! Certe volte la stanchezza mi ha buttato a terra pesantemente, ma una volta ripresa ho continuato e continuerò a farlo con i miei 68 anni, con marito ed un figlio quarantenne in casa!

    Reply

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