Nonna Annalisa racconta – Due volte alla settimana…

Il martedì e il venerdì pomeriggio sono i “miei giorni”. Sono quelli in cui mia figlia mi ha chiesto di occuparmi dei bambini. Ma, per me, sono il regalo che mi fa la vita, ogni settimana, concedendomi un tuffo di tenerezza e, per qualche ora, un “salto all’indietro” nel tempo.
Perciò alle 13 spengo il computer (al mattino devo essere concentratissima: niente distrazioni!), mangio qualcosa e poi via, in auto, ad affrontare i 50 minuti circa di strada per andare a dare il cambio alla babysitter. E mi basta arrivare per lasciarmi tutto il resto alle spalle.
Il piccolo dorme ancora e ho una mezzoretta di tranquillità nella casa silenziosa, spiando il babymonitor e cercando di mettere frutto quel poco tempo per dare una piccola mano casalinga a mia figlia.
E poi lo vedo: comincia ad agitarsi, si siede nel lettino. Apro la porta e basta il suo sorriso per ripagarmi della strada, delle corse per chiudere il lavoro in tempo. È ancora un po’ assonnato e gli piace stare qualche minuto tranquillo, lasciandosi coccolare così, stretto stretto tra le mie braccia, ancora col ciuccio in bocca. E sono minuti impagabili per la nonna: le manine paffute, i piedini teneri, il “profumo di bambino”, unico, che aspiro mentre gli do un bacio sulla testolina.
Ma c’è poco tempo. Merenda, cambio, e poi si parte: all’asilo, a prendere la sorellina. E con lei è un’altra musica: mi sembra ieri che era come il piccolo, tutta coccole e “prigioniera” del passeggino. Ora è una quattrenne dalle energie inesauribili, da prendere e da accompagnare al parchetto, sempre insieme alle sue inseparabili amichette della scuola materna.
Al parchetto nuovo déja vu: le chiacchiere con le mamme delle amichette di E. (ma ero così anch’io?), le conoscenze “da parchetto” con le nonne e i nonni che ritrovo ogni volta, impegnati come me a tenere d’occhio i nipoti. E sono chiacchiere buffe, sempre un po’ distratte e con gli occhi che vagano per seguire gli spostamenti dei bambini.
In più, però, c’è una paura che da mamma non avevo: va bene giocare, ma… se cade? “Non arrampicarti”… “non si va in altalena in piedi”… “tieniti sempre bene con le mani “… La paura che si allontani e la perda di vista, nel marasma affollato dei giardinetti nei pomeriggi dopo-scuola.
E poi le sgridate e le trattative che mi ricordo bene, anche da mamma: “ora scendi dall’altalena perché deve salire questo bambino” (e conseguenti tira e molla…); “questa è la merenda di V., non è la tua: io ho portato questi biscotti” (proteste); “no, oggi non si può comprare il gelato perché fa troppo freddo” (proteste); “fai vedere… è solo graffietto, ora la nonna lo pulisce e con un cerotto e un bacino va a posto” (pianti).
Il tutto mentre anche A., per quanto piccolo, ogni tanto prova a protestare: per il momento deve stare sul passeggino, ma non vede l’ora di poter prendere parte anche lui ai giochi “dei grandi”.
Faticoso? Certo, ogni tanto (diciamo spesso). Ma come fare a meno di tutto questo? E quando mia figlia la sera mi dice “grazie mamma”, come farle capire che sono io a ringraziare lei, che non mi perderei per nulla al mondo la gioia di questi pomeriggi?
Nonna Annalisa
