Noi Nonni

Una vita da inventare

Sessant’anni (poco più, poco meno) e una vita da vivere. Meglio ancora, una vita da inventare sulla base dei propri interessi, affetti e passioni, ma senza avere modelli precostituiti a cui rifarsi. È la condizione di noi nonni: noi, la generazione dei “baby boomer”, ci affacciamo a quella che un tempo era considerata la “vecchiaia” ma che oggi, grazie all’allungamento della vita media, possiamo chiamare “vita nuova”, come la definisce Enrico Oggioni nel suo stimolante libro I ragazzi di sessant’anni (Mondadori).

Un quindici-vent’anni in più, rispetto alle generazioni che ci hanno preceduto, per realizzare progetti, sogni e aspirazioni a lungo rimandati. Ma anche per impostare una nuova fase nella vita di coppia, con più tempo per stare insieme ma anche con la necessità di condividere in maniera più continuativa gli spazi e di conciliare esigenze diverse; per recuperare amicizie che avevamo perso di vista da tempo, prigionieri com’eravamo nel frenetico incastro di impegni; per viaggiare in maniera rilassata e per piacere; per fare esercizio fisico e tenerci in forma; per leggere libri o coltivare le nostre passioni di sempre: suonare la chitarra, occuparci del giardino (o dell’orto), dipingere, inventarsi un blog…
Un tema estremamente stimolante e coinvolgente per tutti noi “giovani nonni” che ci affacciamo alla “nuova vita” di cui parla I ragazzi di sessant’anni con un amore in più: quello per i nostri nipoti. Per parlarne, NoiNonni ha incontrato Enrico Oggioni.

 

Dottor Oggioni, in che modo è nato il libro?

Il libro nasce in qualche modo dalla mia esperienza personale. Io ho fatto il consulente di management per circa trent’anni, finché qualche anno fa ho deciso di ridurre i miei impegni lavorativi per lanciarmi in una nuova sfida: esplorare le nuove opportunità che mi offre questa fase della vita dando maggiore spazio alle mie passioni e ai miei interessi.
A partire da questo mio vissuto, e coinvolgendo due studiosi dell’argomento (il demografo Alessandro Rosina e il sociologo Francesco Marcaletti dell’Università Cattolica di Milano), è nato il progetto di una ricerca, condotta tra il 2010 e il 2011 su un campione di 25 persone tra i 55 e i 65 anni, per verificare appunto in che modo si pongono nei confronti di questa nuova fase della vita. Per la ricerca, abbiamo scelto di intervistare persone che potremmo definire “privilegiate” – manager, liberi professionisti, imprenditori con una storia lavorativa di successo – pensando che dal punto di vista sociologico queste possano essere le “avanguardie” che sperimentano stili di vita destinati poi a diffondersi a fasce più larghe della popolazione.
Da questa ricerca, via via ampliata con interviste a un campione più ampio, formato da persone della “classe media” (artigiani, commercianti, impiegati…), è nato il libro. Ho poi creato anche un blog, iragazzidisessantanni.it, dove continuano ad arrivare testimonianze di persone che, alle soglie della pensione, scrivono i loro progetti, le loro aspirazioni e, talvolta, le loro paure nell’affrontare la “vita nuova”.

 

Nel modo di affrontare questa fase della vita, ci sono secondo lei delle differenze tra il campione che lei definisce “privilegiato” intervitato per la ricerca e le testimonianze raccolte in seguito, tra persone della “classe media”?

La cosa comune a tutti è la voglia di continuare a essere attivi, e quindi la capacità di fare progetti, di prendere impegni, e anche il desiderio di rimettersi in gioco. Certo, i manager e gli imprenditori si immaginano più spesso in una situazione di continuità con la loro vita lavorativa, mentre chi è meno coinvolto nel suo lavoro, e magari meno soddisfatto, si proietta maggiormente su altri tipi di attività.
Per tutti, tra le attività indicate con maggiore frequenza c’è il volontariato, in ogni sua forma (dall’aiuto concreto, “sul campo”, all’assistenza legale o alla raccolta fondi…), il desiderio di riservare più tempo alla famiglia e alla casa, o alle proprie passioni, sia manuali sia artistico-intellettuali (scrivere, dipingere, restaurare mobili…). E comune a tutti è la voglia di scoprire nuove potenzialità.

 

Al di là delle scelte individuali, però, la generazione degli attuali cinquantenni e sessantenni è quella che non solo ha la possibilità di inventarsi una “vita nuova”, ma che si trova anche sul crinale di una profonda trasformazione demografica e sociale, sulla quale lei fa il punto insieme al demografo Alessandro Rosina.

Sì, è così. Indubbiamente, a fronte della diminuzione delle nascite e dell’allungamento della vita media, nel giro dei prossimi vent’anni noi ci troveremo necessariamente a dover cambiare la nostra concezione del lavoro. E non solo perché si andrà in pensione sempre più tardi, ma perché sarà giocoforza trovare delle soluzioni che permettano agli ultrassesantenni di svolgere la loro attività con tempi e modalità adeguati. È un problema che già si comincia ad affrontare in altri Paesi, dove molte aziende stanno investendo per predisporre ambienti e condizioni adatti ai lavoratori sessantenni per incentivarli ad allungare la loro vita lavorativa. In Italia purtroppo siamo indietro, e finora l’unica politica attuata dalle aziende nei confronti degli ultra cinquantenni è stata quella di cercare degli “scivoli” per poterne anticipare la pensione.
Oggi le cose sono cambiate, repentinamente e perfino dolorosamente per chi pensava di essere già sulle soglie della pensione, e quindi ritengo che anche l’atteggiamento delle aziende nei confronti dei lavoratori “anziani” dovrà cambiare, e che si andrà verso una valorizzazione le loro esperienze e competenze.
D’altra parte, è vero che in alcuni campi – per esempio nell’uso delle nuove tecnologia – il “gap generazionale” si sente, e le persone della nostra generazione non riescono a eguagliare la disinvoltura con cui i giovani si accostano a questi mezzi, ma noi dalla nostra abbiamo l’esperienza, l’aver affrontato già diverse volte situazioni lavorative complesse “portando a casa il risultato”, come si dice, e questo sicuramente ci dà qualche vantaggio.

 

Questa considerazione ci introduce a un altro tema toccato dal libro: i rapporti tra noi genitori cinquantenni, sessantenni e anche settantenni, e i nostri figli…

Sicuramente in Italia viviamo una grande contraddizione: mentre dal punto di vista individuale siamo estremamente generosi verso i nostri figli e siamo pronti ad aiutarli in mille modi, dal punto di vista sociale c’è un “egoismo” diffuso, perché non siamo disposti a rinunciare a nessuno dei nostri privilegi per fare spazio ai giovani. Questo pur riconoscendo che la famiglia da noi gioca un grosso ruolo di ammortizzatore sociale, accollandosi una serie di servizi – in particolare quelli legati all’accudimento, per esempio dei nipoti e degli anziani – che la società non è in grado di garantire.

 

Nel libro, lei definisce i “ragazzi di sessant’anni” una “generazione fortunata”. In che senso?

Sì, noi siamo una generazione decisamente fortunata: abbiamo goduto di un lungo periodo non solo di pace (almeno in Italia e in Europa), ma anche di crescita e di prosperità, in cui è aumentato e si è consolidato un benessere diffuso. E poi, noi siamo stati la generazione che ha vissuto il Sessantotto, il femminismo, e insomma ha un po’ reinventato il concetto di “gioventù”; e ora ci stiamo appropriando anche di questa nuova fase di vita… Le giovani generazioni un po’ ce lo rimproverano: ci dicono che abbiamo voluto essere protagonisti da giovani negli anni Sessanta e Settanta, e ora non vogliamo lasciare la scena.

 

Nel libro, lei dedica un capitolo al tema dell’identità e propone ai lettori di provare a definire la propria identità in base al proprio ruolo. Lei come si definirebbe?

Sì, è una cosa che mi ha fatto riflettere. Una volta entrati nella fase della “vita nuova” e attenuatasi quindi l’identificazione con la propria attività lavorativa, diventa difficile definirsi in maniera univoca. Non ha più molto senso dire “sono un medico”, “sono un manager”, eppure trovare una definizione altrettanto semplice e immediata non è semplice. Ognuno di noi è tante cose: certo, c’è il lavoro, ma c’è anche il ruolo familiare, ci sono le esperienze che abbiamo fatto, ci sono le passioni e gli hobby, ci sono gli sport che pratichiamo…
Io non sono riuscito a definirmi. Un consulente? Certo, lo sono, anche se ho rallentato la mia attività. Un cantante? No! Forse un corista (nella mia “nuova vita”, ho iniziato a cantare in un coro)? Mah… Uno scrittore? Neanche questo va bene: ho scritto un libro, e se continuassi… diventerebbe di nuovo una definizione legata all’attività lavorativa.
Molte delle persone che ho intervistato danno di se stessi una definizione di continuità lavorativa; altri si definiscono in base a delle caratteristiche personali  (sono un compagnone; sono un amante dell’arte, della musica…), o alle loro esperienze (sono un gran viaggiatore…), ma in genere ogni definizione si riferisce solo a un aspetto della persona. Insomma, è un compito arduo per tutti, e ancora di più per chi ha una vita intensa e con tanti interessi diversi, come molti di noi “ragazzi di sessant’anni”.

 

Enrico Oggioni, I ragazzi di sessant’anni, Mondadori,17,50 euro

 

 

 

 

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Commenti

  1. giovanna ha detto:

    l’ultimo capitolo ” Lei come si definirebbe?” giusto, è il più difficile veramente secondo me è inclassificabile, non si trovano le parole neanche pensarci una giornata intera, forse la più simpatica definizione l’hai trovata proprio tu Enrico che racchiude tutto ” i ragazzi di sessantanni” ciao Enrico

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