Charles Perrault – Il gatto con gli stivali

© Danilo Sanino | Dreamstime.com
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C’era una volta un mugnaio che aveva tre figli. Quando morì, lasciò loro in  eredità un mulino, un asino e un gatto. 
Le divisioni perciò furono presto fatte: il maggiore si prese il mulino, il secondo l’asino e il più giovane dei fratelli dovette accontentarsi del gatto.
 Il povero ragazzo non poteva darsi pace e diceva tra sé: “I miei fratelli potranno guadagnarsi la vita onestamente; io invece, con il mio gatto, dovrò rassegnarmi a morire di fame.”
II gatto allora gli si avvicinò e gli disse:
 “Non tormentatevi così, padrone! Procuratemi un sacco e un paio di stivali, e vedrete che non siete stato cosi sfortunato come credete.”
Sebbene il padrone non nutrisse molta fiducia nelle promesse del gatto, gli diede ciò che aveva chiesto.

Il gatto si infilò gli stivali e se ne andò in un campo, dove catturò un coniglio.
Lo mise nel sacco e andò al palazzo reale, chiedendo di parlare al re. Quando il gatto fu al cospetto di Sua Maestà, fece una grande riverenza e disse:
 “Sire, accettate questo coniglio, che vi manda il
marchese di Carabas.” Era questo un nome che aveva inventato lì per lì per riferirsi al suo padrone.
“Di’ al tuo padrone” rispose al re “che lo ringrazio e che ho molto gradito il suo presente.”
Un’altra volta il gatto andò a nascondersi in mezzo a un campo di grano e riuscì a catturare due pernici. Si recò nuovamente dal Re, come aveva fatto per il coniglio, e il sovrano gradì moltissimo anche questo regalo.
Il gatto continuò cosi per due o tre mesi a portare di quando in quando al re la selvaggina che, diceva, aveva cacciato il suo padrone.

Un giorno, avendo saputo che il re doveva andare a fare una passeggiata in carrozza lungo la riva del fiume assieme alla figlia, che era la più bella principessa del mondo, il gatto disse al suo padrone: 
”Se seguite il mio consiglio, la vostra fortuna è fatta: andate a fare il bagno nel fiume, nel punto che io vi indicherò, e poi lasciate fare a me”.
Il giovane fece quello che il gatto gli aveva consigliato, senza sapere quale fosse il suo piano. Mentre era nell’acqua, il re si trovò a passare da quelle parti e il gatto si mise a urlare con quanto fiato aveva in gola:
 “Aiuto! Aiuto! Il marchese di Carabas sta annegando!”
A quel grido il re mise fuori la testa dal finestrino, e, riconoscendo il gatto che gli aveva portato tante volte la selvaggina, ordinò alle guardie di correre in aiuto del marchese di Carabas.
Mentre il povero figlio del mugnaio veniva ripescato dal fiume, il gatto si avvicinò alla carrozza e raccontò al re che, mentre il suo padrone era nell’acqua, erano sopraggiunti dei ladri, che gli avevano rubato i vestiti. Invece era stato quel furbacchione del gatto a nascondere gli abiti del padrone sotto una grossa pietra!
Il re ordinò immediatamente agli ufficiali addetti al suo guardaroba di andare a prendere uno dei suoi vestiti più belli per il marchese di Carabas.
Quando il giovane li ebbe indossati, si presentò al re, e questi gli usò mille gentilezze. 
Quegli abiti gli stavano veramente bene e mettevano in risalto la sua bellezza, tanto che la figlia del re se ne senti subito attratta.
 Bastarono due o tre occhiate un poco tenere, per quanto molto rispettose, perché la fanciulla se ne innamorasse perdutamente.
Il re riprese la passeggiata interrotta e volle che il giovane salisse sulla carrozza e li accompagnasse.

Il gatto, felice di vedere che tutto procedeva secondo il suo piano, andò avanti per conto suo.
 Lungo la strada incontrò alcuni contadini che falciavano un prato e disse loro:
 “Ehi, voi che falciate l’erba! Se non dite al re, quando passerà di qui, che questo prato appartiene al marchese di Carabas, finirete tagliati a pezzettini come carne da polpette!”
Perciò quando sopraggiunse il Re e chiese ai contadini di chi fosse quel prato che stavano falciando, quelli risposero in coro, spaventati dalle minacce del gatto:
 “Del marchese di Carabas!”
“Avete una bella proprietà!” disse il Re al figlio del mugnaio.
“Come vedete, Sire” rispose il giovane, “è terra fertile, e tutti gli anni mi dà un ottimo raccolto.”
L’astuto Gatto, che li precedeva sempre, incontrò poi alcuni mietitori e disse loro:
 “Ehi, voi che tagliate il grano! Se non dite che questi campi appartengono al marchese di Carabas, finirete tagliati a pezzettini come carne da polpette!”
Il Re, che passò di là subito dopo, volle sapere di chi fosse tutto quel grano.
“È del marchese di Carabas” risposero i mietitori. E il re se ne rallegrò col giovane.
Il gatto, che camminava sempre davanti alla carrozza, continuava a dire la stessa cosa a tutti quelli che incontrava lungo la strada; cosi il re non finiva più di meravigliarsi delle grandi ricchezze del marchese di Carabas.

castelloFinalmente il nostro gatto giunse a un bel castello di proprietà di un orco ricchissimo: infatti tutte le terre che il re aveva percorso con la carrozza erano di sua proprietà.
Il Gatto, che si era informato su chi fosse quell’orco e quali prodigi sapesse compiere, chiese di potergli parlare, dicendo che non aveva voluto passare così vicino al suo castello senza venire a rendergli omaggio.
L’orco lo ricevette e lo fece accomodare perché si riposasse.
Allora il gatto cominciò a dire:
 “Mi hanno assicurato che avete la capacità di mutarvi in ogni sorta di animali; che potete, per esempio, trasformarvi in leone oppure in elefante”.
“È vero” rispose l’orco con fare brusco “e, per dimostrarvelo, diventerò un leone sotto i vostri occhi.”
Il povero gatto si spaventò talmente nel vedersi davanti quella bestia feroce, che scappò sul tetto, non senza difficoltà e col rischio anche di cadere a causa degli stivali, che non erano certo adatti per camminare sulle tegole.
Dopo un po’, quando vide che l’orco aveva ripreso le sue solite sembianze, si decise a scendere e ammise di avere avuto molta paura.
topo“Mi hanno anche assicurato” riprese a dire il Gatto, “che riuscite a trasformarvi anche in un animale piccolissimo, come la talpa o il topo. Vi confesso però che ciò mi sembra davvero impossibile.”
“Impossibile?” disse l’orco. “Ora vedrete!”
Cosi dicendo si trasformò in un topolino e cominciò a correre sul pavimento della stanza.
Il Gatto, appena lo vide, si gettò come un lampo su di lui e se lo mangiò.
Proprio in quel momento il re, che nel passare di là aveva notato il magnifico castello dell’orco, volle entrare per visitarlo.
Il gatto, udendo il rumore della carrozza che attraversava il ponte levatoio, corse incontro al re e gli disse:
 “Vostra Maestà sia la benvenuta nel castello del marchese di Carabas!”
“Ma come, marchese,” esclamò il Re, “questo castello è dunque vostro? Non ho mai visto niente di più bello: che eleganza e armonia di linee, quale grandiosità e che splendidi giardini. Visitiamone l’interno, se non vi dispiace!”
Il marchese offrì la mano alla principessa e insieme seguirono il Re, che si era avviato per primo. Entrarono in una grande sala, dove trovarono pronta una magnifica colazione, che l’orco aveva fatto preparare per se stesso.
Il sovrano, conquistato dalle buone maniere del marchese di Carabas e vedendo la vastità dei suoi possedimenti, gli disse:
”Marchese, se volete diventare mio genero, ne sarei felicissimo!”
Il marchese accettò volentieri l’onore che il re gli faceva e il giorno stesso sposò la principessa.

Naturalmente il gatto rimase con gli sposi. Ebbe un bel cuscino di seta accanto al fuoco della sala del trono durante l’inverno e una bella cuccetta sotto il pergolato d’estate.
Il figlio del mugnaio diventò dunque il marito della principessa, ma non volle continuare a ingannare la moglie e il re.
Raccontò com’erano andate veramente le cose e spiegò per filo e per segno quello che aveva architettato il gatto.
Liberato da questo peso, visse felice con la sua sposa ed ebbe tanti figliuoli, che giocarono allegramente col gatto per nulla meravigliati di vedergli indosso gli stivali e ascoltarono anch’essi, divertendosi un mondo, la storia del cattivo orco, trasformato in topino e divorato dal gatto.

 

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