Quando i genitori ci lasciano…

Ci chiamano “generazione sandwich”, quella che si trova ad occuparsi dei nipoti, i figli dei figli, e dei genitori, i “grandi vecchi”, il cui numero oggi è in crescita, anche se naturalmente restano una fascia esigua della popolazione. Ma… quanti di noi che abbiamo superato i sessant’anni hanno genitori la cui età si aggira intorno ai 90, e che hanno bisogno di assistenza? Molti, certamente. E per moti è una battaglia quotidiana e faticosa, che prosciuga tante energie e richiede spesso una grandissima pazienza ma che, confessiamolo, non sempre ci ripaga con la dolcezza e la tenerezza che proviamo verso i nipoti.

Eppure, quando i nostri genitori ci lasciano proviamo sempre un grandissimo sgomento, un senso di vuoto che per molto tempo ci accompagna e che è difficile riempire. Anche quando la fine è largamente attesa, e magari anche preceduta da un periodo più o meno lungo di sofferenza che fa dire al nostro “io razionale” che forse non vale la pena di vivere in questo modo, non riusciamo a rassegnarci.

Prima di tutto, certo, perché se ci siamo occupati di loro, in modo più o meno intenso e continuativo, negli ultimi periodi della loro vita. Sono tutti gli assetti della nostra giornata a doversi modificare. Magari eravamo abituati a passare dai nostri genitori – la mamma o il papà – ogni giorno per un salutino e per controllare che non avesse dei bisogni particolari; magari la nostra routine quotidiana prevedeva di avere le domeniche impegnate con loro, perché le badanti avevano il giorno di riposo o anche semplicemente perché ci faceva piacere averli nel classico pranzo di famiglia; magari avevamo un appuntamento telefonico fisso, non potendo passare sempre a trovarli, e ci occupavamo di organizzare e accompagnarli alle visite mediche, agli accertamenti diagnostici… Ecco, improvvisamente tutto questo, che fino a ieri vivevamo con un certo fastidio, come un vincolo pesante per la nostra vita, ci manca terribilmente, ci dà un senso di vuoto che è difficile colmare, e che comunque richiede del tempo.

Ma poi c’è un’altra ragione, più intima e profonda. È che, con la loro scomparsa, ci sentiamo davvero in prima linea. Sentiamo che con loro è finita una parte della nostra vita, che ci sono ricordi c he condividevamo solo con loro – anzi, ci sono ricordi che custodivano solo loro; ricordi che fanno parte della nostra vita (come eravamo da piccoli, le nostre marachelle, episodi di tanti anni fa) ma che conosciamo oggi solo perché ce li hanno raccontati loro. E capita perfino di avere la sensazione che dovevamo ancora farci raccontare tanto, che ci sono tante cose ancora della loro storia, della nostra famiglia, di noi stessi, che ora non avremo più la possibilità di conoscere perché non potranno più raccontarcele. Insomma, è come se con loro fosse scomparsa una parte della nostra vita e non avessimo più la possibilità dio recuperarla. Ed è questa, forse, la asensazione più dolorosa.

 

 

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