Noi e i bambini: l’importanza dei primi anni

Si chiama Abecedarian Project ed è uno studio interessantissimo condotto in America e coordinato dal Virginia Tech Carilion Research Institute per verificare in che modo e fino a che punto le esperienze dei primi anni di vita influiscano sulla vita sia sociale sia lavorativa dei bambini.
Uno studio di ampio respiro, che abbraccia un arco di ormai 45 anni, e che conferma quello che noi nonni, e i generale tutti coloro che hanno il privilegio di seguire, a qualsiasi titolo, i primi anni di vita de bambini, sanno: i bambini che sono più seguiti e stimolati, attraverso il gioco, il linguaggio, l’attenzione (e, in definitiva, l’amore), diventano adulti non solo più sereni ed equilibrati, ma hanno anche maggiori possibilità di successo nella loro vita lavorativa.

Ma in pratica, in che cosa consiste questo studio? Il progetto risale agli anni Settanta, quando si iniziarono a seguire circa 100 bambini, divisi in due gruppi, monitorandoli nel corso del tempo, per osservare in che modo la vita adulta risente delle esperienze nei primi cinque anni di vita.
Le conclusioni sono sorprendenti: gli adulti che nei primi anni di vita sono stati seguiti con costanza e con gli stimoli giusti, hanno più successo nel lavoro, rapporti più stabili con i genitori e complessivamente sono più equilibrati. E i bambini che sono stati seguiti nel modo giusto, anche se provengono da una situazione sociale disagiata, riescono a raggiungere obiettivi elevati nella vita adulta.

L’importante non è solo l’educazione, intesa come presenza di stimoli intellettuali adeguati, ma anche l’atmosfera che si respira in casa, la serenità e la mancanza di stress, che favoriscono l’apprendimento e la capacità di intessere relazioni sociali equilibrate.
Il cervello è infatti un organo che si sviluppa a una velocità sorprendente soprattutto nei primi anni, quando grazie all’esperienza si attivano le reti neuronali, cioè le connessioni tra i neuroni; perciò è allora in particolare che va stimolato non solo con giochi e letture, ma anche con un atteggiamento di dialogo sereno, con la capacità di parlare e di ascoltare.

In pratica, che cosa fare? Parliamo con i bambini, fin dai primi giorni di vita; facciamo loro ascoltare musica (i pediatri dicono fin da quando sono nella pancia della mamma!); lasciamoli muovere liberamente, in modo che imparino a conoscere se stessi e lo spazio in cui si trovano; facciamo fare loro esperienze di forme e materiali da toccare e manipolare, e anche da “assaggiare” (i bambini conoscono tantissimo attraverso la bocca!), naturalmente verificando sempre attentamente che gli oggetti che diamo loro non siano pericolosi.

Anche questo studio, insomma, conferma che l’infanzia è un momento fondamentale, quello in cui si costruisce la personalità dell’individuo, anche e soprattutto dal punto di vista emotivo. L’adulto quindi deve insegnare al bambino anche a riconoscere e gestire le proprie emozioni. Solo così il piccolo avrà la serenità di porsi in un atteggiamento di apertura verso il mondo e verso le esperienze che lo aspettano. E solo così potrà imparare.

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