Noi Nonni

Chi sono i “giovani anziani” d’Italia?

© Monkeybusinessimages | Dreamstime.com - Senior Couple Enjoying Lunch In Outdoor Restaurant Photo

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Come siamo, noi nonni/anziani di oggi? E in che cosa siamo diversi dai nostri nonni, quelli di qualche generazione fa? A rispondere a questa domanda (o almeno, a mettere in luce alcuni aspetti di questo interessante fenomeno che è la “nuova” terza età) è una recente ricerca condotta dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (https://anzianiinrete.wordpress.com/).
La ricerca, dal suggestivo titolo “Non mi ritiro – L’allungamento della vita, una sfida per le generazioni, un’opportunità per la società”, si propone di tracciare un identikit dei “giovani anziani” italiani, cioè compresi nella fascia d’età tra i 65 e i 74 anni, ed  ha coinvolto ben 900 persone residenti in 20 regioni.

 

E allora, chi siamo? Prima di tutto, siamo molti di più di un tempo. E siamo di più sia perché ora si affaccia a questa fase della vita la generazione dei “baby boomer”, quella nata subito dopo la guerra, in anni che hanno visto impennarsi il numero delle nascite, sia perché, mediamente, almeno nei paesi occidentali, viviamo più a lungo, grazie al miglioramento delle condizioni di salute.
L’Italia in particolare è uno dei paesi che negli ultimi decenni hanno visto aumentare di più la popolazione anziana. Un aumento legato a due fattori: da un lato la fecondità si è ridotta moltissimo (il 2014 è stato l’anno in cui sono nati meno bambini, in tutta la nostra storia); dall’altro l’aspettativa di vita è aumentata notevolmente, anche più che nella media dei paesi sviluppati, e ha raggiunto nel 2014 gli 80,2 anni per gli uomini e gli 84,9 per le donne. E basta pensare che solo trent’anni fa, nel 1974, questi valori erano rispettivamente di a 69,6 e 75,9, per rendersi conto che ogni anno la vita media si è allungata di circa 3 mesi. (vedi l’infografica qui sotto, elaborata nell’ambito della ricerca “Non mi ritiro”)
Questo ci ha “regalato”, rispetto ai nostri coetanei di un secolo fa, circa trent’anni di vita in più. Anni che si inseriscono tra la piena maturità e la vecchiaia vera e propria, e che sono tutti da inventare e da vivere.

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Tra i tanti aspetti messi in luce della ricerca, uno dei più interessanti è quello che si potrebbe sintetizzare nella domanda: quando finisce l’età adulta e inizia la “vera” vecchiaia?
Questo confine è diventato molto fluido. L’allungamento della vita infatti ha prodotto, in realtà, non un allungamento della vecchiaia propriamente detta, ma uno slittamento in avanti dell’uscita dalla fase pienamente adulta e di entrata nell’età anziana vera e propria: uno slittamento che si riflette sullo slittamento dell’età della pensione (un effetto questo non del tutto positivo, almeno per alcuni di noi), ma soprattutto nel fatto che rimaniamo attivi, non solo dal punto di vista lavorativo ma anche sociale, culturale eccetera, molto più a lungo.

 

Eppure… eppure, come rileva a ricerca condotta dall’Università Cattolica (e come noi nonni sappiamo bene), tra i 55 e i 65 anni la vita di gran parte di noi subisce dei cambiamenti significativi: andiamo in pensione, o almeno si avvicina quella soglia, il che significa avere impegni lavorativi meno pressanti, mentre i figli escono di casa, o comunque raggiungono l’età adulta, e questo ci libera dal carico e dalle preoccupazioni legate alla necessità di far fronte ai loro bisogni.
Cambiamenti che hanno i loro lati positivi, ma che possono anche spiazzarci. La chiave per affrontarli sta nel considerare l’età non retrospettivamente, cioè quanto abbiamo vissuto finora, ma in prospettiva, cioè valutando quanto ci è dato ancora (mediamente) da vivere. Con progetti, con una vita attiva e piena di calore, con una fitta rete di legami familiari e amicali, con l’adesione ad attività di sostegno agli altri…

 

Perciò, se torniamo alla domanda “quando si diventa anziani?”, vediamo che il fattore età, da solo, non è sufficiente a segnare questo passaggio. Bisogna usare altri parametri; uno dei più significativi può essere questo: si diventa pienamente anziani quando l’aiuto di cui abbiamo bisogno supera quello che possiamo offrire agli altri. E questo confine, lo sappiamo bene, non dipende strettamente dall’età e varia da individuo a individuo.
La ricerca ci dà, su questo aspetto, delle cifre molto interessanti: il 32,5% degli intervistati è “attivo” dal punto di vista sociale (cioè offre aiuto agli altri, in ambito familiare, lavorativo o altro, più di quanto ne riceva); il 53% appartiene al gruppo di chi “dà e riceve” aiuto; il 6,5% è isolato (non dà né riceve aiuto) e l’8% è “passivo” (ha bisogno di più aiuto di quanto ne dia).

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Da sottolineare la differenza tra uomini e donne: anche se le donne vivono mediamente più a lungo, è tra loro che c’è, in percentuale, il maggior numero di “passività”, cioè di situazioni di fragilità in cui hanno bisogno di ricevere sostegno (dovuto per lo più a problemi di salute), ma c’è anche la maggiore percentuale di “attività”, cioè di aiuto agli altri. Un dato che non ci stupisce, se pensiamo al sostegno familiare offerto dalle mamme e dalle nonne non solo alle giovani famiglie e ai nipoti, ma sempre più spesso agli anziani genitori non più autonomi, e alle attività di volontariato, che spesso vedono in prima linea proprio le donne.
Insomma, quello che emerge è che la fase della vita tra i 65 e i 74 anni è ancora molto attiva, con scambi sociali forti e vivaci e in cui gli anziani sono più un aiuto che un “peso”. E questo fa slittare ancora in avanti, dopo i 75 anni, il momento in cui si entra pienamente nella vecchiaia, nell’accezione di farsi da parte e dipendere dagli altri invece di continuare a dare il proprio contributo attivo.

 

ricerca-universita-cattolica-quanto-si-sente-anzianoMa qual è la nostra percezione individuale, soggettiva? Cioè, quanto “ci sentiamo anziani”? Il questionario prevedeva una domanda specifica proprio su questo aspetto. E le risposte sono state interessanti: l’83% delle donne e il 71% degli uomini ha risposto “poco” o “per nulla”. Questo significa che gran parte degli intervistati non si sente ancora entrata nell’età anziana prima dei 75 anni.
E questo non fa altro che ribadire, se mai ce ne fosse bisogno, che molto sta a noi: è vero che non possiamo fermare gli anni, però possiamo scegliere d vivere guardando avanti, circondandoci di affetti e di amicizie, coltivando i nostri interessi. E, soprattutto, pensando alla terza età non come a una fase di ripiegamento ma come a un’età della vita da vivere e da godere pienamente.

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