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Il Centro Studio Cetacei di Pescara: missione Adriatico

Un’interessante intervista al dottor Sergio Guccione, biologo marino e segretario nazionale del Centro Studi Cetacei Onlus (www.centrostudicetacei.it/ ), per comprendere meglio l’inquinamento marino, le sue cause e le tristi conseguenze.

Scopriamo che cosa propone il CSC Onlus, con la sua instancabile attività di ricerca sul territorio nazionale a tutela degli animali marini.
Il centro si occupa anche del  recupero delle tartarughe marine ed è un posto da conoscere e visitare, dove sarà possibile anche adottare una tartaruga… con tanto di certificato di adozione!

 

Nei mari italiani, nel 2016 è stato identificato un tratto inquinato ogni 54 km di costa, con cariche batteriche superiori alla norma nel 52% dei 265 siti analizzati. Poiché l’inquinamento marino è un argomento tristemente noto e talvolta addirittura abusato, proviamo a farne il punto, ma brevemente: poche parole che ne riassumano le cause principali.

Il problema della qualità microbiologica delle acque marine balza spesso alla ribalta, in quanto direttamente connesso alla balneabilità. Cosa s’intende per “qualità microbiologica”? Questo concetto si riferisce sia alla presenza di batteri patogeni, che alla loro “carica”, ovvero la quantità dei microrganismi presenti. Solitamente, una qualità microbiologica bassa è connessa all’inefficienza degli impianti di depurazione. Il problema, come spesso accade, risiede nell’approccio alle tematiche di natura ambientale: è molto frequente, nel momento in cui si rileva un “fuori limite”, operare trattamenti di tipo puntuale; invece, sarebbe utile anche tener conto del fatto che gli impianti sono spesso dimensionati nel rispetto dei limiti di legge, sì, ma in condizioni standard e che il loro “equilibrio precario” è destinato a vacillare al variare di una qualsiasi variabile: ad esempio, le condizioni metereologiche e l’aumento degli utenti legato al turismo estivo.
Sarebbe saggio investire per incrementare l’efficienza degli impianti di depurazione, sia per questioni puramente ambientali, sia perché il mare ci fornisce preziosi alimenti

Il  Centro Studi Cetacei ha sede a Pescara, ma è una rete nazionale che opera lungo tutte le coste italiane. Ci può riassumere brevemente quali sono tutte le attività svolte dal CSC Onlus?

Il Centro Studi Cetacei Onlus nasce nel 1985 come prima rete italiana, e una delle prime a livello europeo, per l’intervento su cetacei e tartarughe morte o in difficoltà. Siamo un’associazione di soli professionisti (medici beterinari, biologi, laureati in scienze naturali) che, in maniera volontaria, intervengono lungo le coste italiane in caso di spiaggiamento o avvistamento di cetacei e tartarughe. L’attività principale del CSC è quella di raccolta e libera condivisione dei dati a scopo di ricerca, ma non meno importanti sono la reimmissione in mare dei soggetti vivi in difficoltà e il recupero a scopo museale; inoltre, dal 2001 gestisce Centri di Recupero Tartarughe Marine nella provincia di Pescara che  attualmente accoglie, al solo scopo della liberazione in mare, circa 60 esemplari all’anno di Caretta caretta.
Un’altra caratteristica del Centro Studi Cetacei è la grande attenzione alla divulgazione: formazione specialistica per professionisti (veterinari e biologi), per gli operatori del settore (pescatori, capitanerie di porto), sensibilizzazione della popolazione alle tematiche ambientali, organizzazione di visite guidate presso il CRTM, che nel 2016 ha ospitato circa 2000 visitatori, e presso il Museo del Mare di Pescara.

Biodiversità marina: come contribuisce alla sua salvaguardia il CSC? Oltre ai cetacei, avete svolto azioni/progetti specifici anche su altre specie animali. Se sì, quali?

Nonostante il nome, il CSC si occupa da decenni del recupero delle tartarughe marine: negli ultimi 2 anni, facendo riferimento alle sole coste abruzzesi e molisane, siamo intervenuti su oltre 280 esemplari, recuperando gli animali vivi ma in difficoltà o indagando sulle cause di morte nel caso di quelli deceduti, in collaborazione con l’IZS Abruzzo e Molise.
Tutti i nostri interventi sono liberamente consultabili da chiunque all’indirizzo geocetus.spaziogis.it.

Per quanto riguarda le tartarughe, negli ultimi 5 anni abbiamo partecipato a 2 progetti europei con il comune di Pescara, che ci hanno consentito sia di operare in collaborazione con partner italiani e dell’altra sponda adriatica, sia di potenziare il Centro di Recupero.
Attualmente stiamo cercando di collaborare alla creazione di una “Rete delle Reti” adriatica, con la convinzione che le spiccate attitudini migratorie di questi animali rendano assolutamente necessaria la cooperazione. Come spesso accade per le specie migratorie, anche le tartarughe sono considerate “patrimonio di tutti, problema di nessuno” e questo rappresenta un grosso limite laddove le problematiche legate alla loro conservazione riguardano l’overfishing (pesca in eccesso) o sviluppo edilizio costiero, che ne cancella i siti di nidificazione a cui sono fedeli.

In generale, il CSC cerca di impiegare molte risorse nell’opera di sensibilizzazione sull’ambiente marino, sulla biodiversità e sull’ecosistema pelagico. La sensibilizzazione ha un potere immenso: infatt tutti i fattori impattanti che attualmente minacciano la conservazione delle specie marine derivano dall’azione dell’uomo.
In pratica,a nche le sole attività umane mettono a repentaglio l’equilibrio del più grande ecosistema presente sul nostro pianeta. Come operare un cambiamento, dunque, se non sensibilizzando e conferendo mezzi conoscitivi alle nuove generazioni?

È importante tutelare le specie autoctone ed evitare l’introduzione di specie esotiche, che potrebbero proliferare illimitatamente (per carenza di predatori), diventando endemiche e minacciando così la biodiversità. Nell’Adriatico, lo scorso anno sono state individuate 91 specie aliene, di cui 9 potenzialmente dannose (pesce palla maculato, pesce coniglio, etc…). Può essere importante la segnalazione da parte dei cittadini? Se sì, come può essere effettuata?

L’innalzamento progressivo della temperatura superficiale delle acque del Mediterraneo ha prodotto uno sconvolgimento della fauna ittica, consentendo l’ingresso e la proliferazione di organismi alieni provenienti da mari caldi. Moltissime specie atlantiche sono penetrate in Mediterraneo attraverso lo stretto di Gibilterra e altrettante, provenienti dall’area indopacifica, attraverso il Canale di Suez. Questo è il fenomeno di tropicalizzazione del Mediterraneo, che riconosce tra le cause anche l’immissione volontaria di specie destinate all’acquacoltura o all’acquariofilia, il trasporto passivo con le acque di zavorra delle navi, il trasporto passivo di larve o di organismi unicellulari da parte delle plastiche trasportate dalle correnti marine.

Altro fenomeno legato all’innalzamento delle temperature è la meridionalizzazione del Mediterraneo, che consiste nell’ampliamento dell’areale di distribuzione di specie tipiche delle coste meridionali verso latitudini più settentrionali.

Alcune Specie provenienti da altri mari hanno prodotto una drastica riduzione di specie autoctone preesistenti: è il caso della Vongola Tapes philippinarum originaria della zona indopacifica e introdotta per motivi commerciali in Mediterraneo e nell’Adriatico, principalmente, dove si va sostituendo progressivamente alla Vongola verace autoctona (Tapes decussatus).
La Scapharca inaequivalvis, specie di origine indopacifica, trasportata nelle acque di zavorra delle navi in arrivo dal Pacifico, sta avendo una vera esplosione demografica lungo le coste del Medio Adriatico, visto che resiste ai fenomeni di asfissia che invece periodicamente portano a morte i molluschi bivalvi autoctoni.

Gli esempi di danno derivante dalla presenza di specie aliene alla biodiversità mediterranea possono essere tanti, ma un problema per il consumatore è rappresentato dall’ingresso di pesci notoriamente tossici e in qualche caso mortali.
È di recente riscontro nelle acque mediterranee la specie Lagocoephalus maculatus, pesce notoriamente tossico se ingerito e  in grado di produrre effetti neurotossici sul consumatore anche in dosi di pochi milligrammi.

La segnalazione da parte dei cittadini e soprattutto dei pescatori è importantissima per monitorare la propagazione della specie nel Mediterraneo e per evitare che inavvertitamente esemplari tossici possano essere commercializzati per l’alimentazione. Ancora più determinante, però, è la comunicazione del rischio di intossicazione e a tale proposito l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha elaborato e diffuso cartelli per mettere in guardia consumatori e produttori primari (pescatori) sulla presenza della Specie nei mari italiani (www.isprambiente.gov.it)

L’Adriatico è un mare impoverito dalla sovrapesca (overfishing): dalle sue acque deriva la metà dei prodotti ittici italiani, con forte rischio per alcune specie come nasello e scampi (rispettivamente diminuiti del 45% e 54% circa). Qual è l’impatto della sovrapesca, soprattutto quella a strascico, sulla biodiversità dei fondali?

Nel Mediterraneo, dove opera la stragrande maggioranza della flotta peschereccia italiana, la sovrapesca raggiunge il 96% e nel nostro Paese il consumo annuo pro capite di prodotti della pesca è di 25 Kg/anno, in linea con i consumi medi in Unione Europea.
La sempre maggiore richiesta di pesce ha determinato la sovrapesca, con una riduzione significativa sia del numero delle specie, che della taglia dei singoli soggetti pescati (basti pensare che molti esemplari vengono catturati prima che abbiano potuto riprodursi almeno una volta).

Attualmente la riduzione del pescato costituisce un grave problema ambientale, ma anche un problema economico rilevante: la marineria italiana ha perso il 35% dei pescherecci e 18mila posti di lavoro, mentre i 13mila pescherecci della flotta italiana e le circa 180mila tonnellate di prodotto pescato nei mari italiani garantisce il fabbisogno per soli tre mesi. Contestualmente, per far fronte alla richiesta crescente di prodotti ittici, le importazioni sono state di 769 milioni di chili, dei quali il 40% viene da paesi extracomunitari.

Il bacino mediano del Mar Adriatico presenta una depressione che raggiunge, di fronte alla città di Pescara, la profondità di oltre 200 metri. Vi sono infatti due differenti avvallamenti, uno di 257 metri e l’altro di 270 metri. Si tratta della famosa fossa di Pomo o fossa di Jabuk.
Il punto di massima depressione, di 1.233 metri, rappresenta una nursery per molte specie demersali (in grado di nuotare, ma anche adatte al fondale) e soprattutto per il nasello e lo scampo, che caratterizzano il pescato adriatico.
Nel 1998 la pesca venne chiusa del tutto, con la creazione di una Zona a Tutela Biologica (ZTB). Ora, invece, ogni tentativo di tutela è venuto meno e la fossa di Pomo è stata riaperta alle attività di pesca, inclusa quella a strascico, rivolta indiscriminatamente ai giovani e agli adulti in grado di riprodursi,  e quella con i “parangali” rivolta agli individui adulti idonei alla riproduzione. A queste condizioni, la fossa di Pomo, che ripopolava di prodotti della pesca l’intero Medio Adriatico, non svolge più la sua funzione e la quantità di pescato si riduce drasticamente in modo progressivo.
“Se non acceleriamo i nostri sforzi non ci sarà più pesce nel 2030”. Così il Presidente del Consiglio dei ministri della pesca, l’olandese Martijn Van Dam, ha messo in guardia l’Europarlamento sulle sfide che attende il comparto.

Lo spiaggiamento di animali marini è solitamente legato all’azione dell’uomo. Quanto possono influire lo sfruttamento delle risorse biologiche (pesca) e l’inquinamento (soprattutto quello da plastica)?

Sicuramente più di quanto ci si possa aspettare. Se ci riferiamo all’ultimo anno di attività in campo del CSC, più del 60% dei cetacei e delle tartarughe su cui siamo intervenuti mostravano segni di interazione con reti o rifiuti plastici.
Oggi si pone, giustamente, molta attenzione al problema del “marine litter”, l’inquinamento marino dovuto ai rifiuti: tra quelli solidi, le pericolosissime “reti fantasma”, ovvero reti o porzioni di rete, talvolta molto ampie, che vengono “perse” durante le attività di pesca e che possono imbrigliare animali marini, compresi cetacei e tartarughe, con diverse conseguenze tra cui l’annegamento.
Le attività umane in grado di generare spiaggiamenti vanno dalla pesca alla produzione di rifiuti, alle prospezioni petrolifere fino al traffico marittimo.
Sicuramente lo spiaggiamento può essere un fenomeno naturale, ma certamente il nostro attuale approccio all’ambiente marino non consente quasi mai di escludere l’intervento dell’uomo dalle cause o dalle concause di questo tipo di eventi.

Come possono contribuire i bagnanti, se vedono animali spiaggiati? Come possono rivolgersi al CSC?

La capitaneria di porto è l’ente istituzionalmente preposto a intervenire in questi casi, provvedendo poi ad allertare il referente di zona del Centro Studi Cetacei.
Un cittadino che dovesse rilevare un animale spiaggiato o in difficoltà, deve chiamare immediatamente il 1530 e, se vuole dare un contributo di grande importanza, deve cercare di arginare l’inevitabile folla che si genera in questi casi.
Intervenire sull’animale senza la necessaria esperienza e senza opportune precauzioni significa mettere a repentaglio la salute dell’esemplare, la propria e quella pubblica. Non dimentichiamo che si tratta di animali selvatici e, pertanto, potenziali vettori di agenti patogeni per l’uomo, soprattutto nel caso dei cetacei.

Quali attività potrebbero svolgere nonni e nipoti presso il vostro centro?

Il CRTM Luigi Cagnolaro si può visitare gratuitamente previa prenotazione (3455849801 dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 12:00).
Il personale volontario del CSC accompagna gli ospiti nella visita delle tartarughe ricoverate illustrandone la biologia, l’ecologia e il ciclo vitale. Inoltre abbiamo la possibilità di tenere vere e proprie lezioni e di proiettare diversi filmati che abbiamo prodotto in anni di attività (ad esempio https://www.youtube.com/watch?v=vq8OZJjbACM ; https://www.youtube.com/watch?v=jExOUfEb1kc ).

Nessuno di noi volontari percepisce denaro per svolgere le varie attività previste nel CRTM e siamo contrari all’istituzione di un biglietto d’ingresso. Poiché la gestione del centro prevede comunque delle spese fisse per l’acquisto di farmaci, sale per le vasche e alimenti per le tartarughe, sono gradite, anche se non dovute, le donazioni libere o le adozioni, che potranno essere effettuate in prima persona o “regalate” ad altri. (http://www.centrostudicetacei.it/crtm/index.php/adotta-una-tartaruga)

Arianna Del Treste

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